COME FOGLIE CADUTE

Bologna, 11 novembre 2015

 

 

FORMICA

Ci sono dei momenti in cui il giardino si fa silenzioso e anche le fronde degli alberi sembrano muoversi nella più completa insonorizzazione. Lo spazio si allarga e hai la sensazione di cadere sulla terra, ma senza rumore.

Come svegliarsi di colpo nella notte e non ricordare dove ci si trova: in quale punto preciso della propria esistenza, in quale età, in quale luogo. C’è troppo silenzio intorno, ogni foglia frammenta il panorama come una danza di pixel impazziti, un eco che ritorna.

È allora, proprio allora e forse solo, che il giardiniere si accorge di essere in vita e si spaventa di questa improvvisa rivelazione. L’aria è fresca, piovono gocce di vita e s’adagiano sul terreno, l’albero sembra coi rami protendersi per abbracciarle un’ultima volta.

Il giardiniere è perduto come un bimbo, si sforza d’interrogare il silenzio. Vorrebbe raccogliersi, come se la sua vita fosse stata seminata a coriandoli nei quattro angoli del mondo, ma sa che non basterebbe l’eternità per farlo anzi… prolungando la propria esistenza non farebbe altro che aggravare il problema. Ed è così che si accorge di non contenersi, di non sussumere con la propria presenza empirica la sua soggettività.

Forse per questo ora il giardiniere si siede in mezzo alle foglie cadute, guarda le rosse, le gialle, le brune e quelle che in terra si ostinano a rimanere verdi. E si commuove, gli occhi si riempiono di lacrime ma non saprebbe dire il perché.

FORMICA 1E si sente vicino a quella piccola formica  perduta lungo un percorso accidentato di minuscole crepe del terreno, anche lei piombata in quella strana sospensione senza rumore, dove il respiro sembra mettere insieme punti lontanissimi e costruire organismi transitori fatti di corpi differenti, ma non più lontani, non più estranei. Ora il giardino è un unico organismo e il silenzio è il mistero che continuerà ad avvolgerlo.

 

….a martedì prossimo!

L’ebrezza del fiore

 

Bologna, 4 novembre 2015

 

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La vita del giardino è un chiacchiericcio continuo, di messaggi che provengono dal passato e si dissipano nel presente creando un reticolo di strutture ordinate, d’invenzioni che si mettono in fila verso un probabile futuro, di un istante che rimbalza come la luce nell’aria creando il panno azzurro del cielo. Si raccolgono segnali remoti per tradurli in geometrie adattative, si rompono legami chimici per creare energia ma poi… eccoli riapparire per accumulare informazioni sul battito solare.

E cosi la macchina della storia continua a scrivere sul foglio della vita, dando corpo a menti collettive che superano le barriere dell’individuo e del tempo. Cosa si raccontano un’ape e un fiore, dispersi ai margini di questo sentiero, mentre cerco d’inquadrare un orizzonte possibile? Cos’è un’ape e cosa un fiore? Dove porre il confine mentale, se un fiume feromonale corre lungo i loro argini e continuamente ne modella l’architettura?

Il giardiniere in breve diventa il giardino ma non se ne preoccupa né si rassicura o si riempie d’orgoglio per questo. Essere giardiniere significa lasciarsi abitare, provare l’ebbrezza dell’ape che vola sui sogni di una mente collettiva, che riceve emozioni dai flussi vegetali sterminando il suo corpo.

Essere giardiniere significa lasciarsi frugare, provare l’ebrezza del fiore che costruisce autostrade nell’aria e piste di atterraggio, con intermittenze di segnali chimici a regolare il flusso degli avventori. Il giardino è un campo di virtualità, l’insieme dei dialoghi possibili, e ogni essere vivente fa emergere dallo sfondo il suo dialogo creando un angolo di reale.

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È così che l’informazione si accumula lungo i piani di questa scala, che poggia sull’inconoscibile e segue una non direzione possibile. Diventare giardino significa finalmente accettare di non poter dire l’ultima parola su alcunché.

 

 

 

…a martedì prossimo!