Tu chiamalo se vuoi, desiderio.

Lisbona, 6 ottobre 2015

 

 

IMG_2797Tra il campo e il giardino c’è una distanza, una ferita di tempo e d’immaginazione, di entusiasmi e delusioni che volteggiano a eco: si chiama desiderio.

Lo puoi figurare il giardino, disegnando sul campo losanghe di composizioni che si alternano a piazze erbose, verticalizzando alcuni punti con alberi per creare chiaroscuri o ventagli di foglie controluce… ma ancor prima lo devi desiderare. Il desiderio è un verbo che chiede di essere declinato, un verbo fremente che brucia alla ricerca di appagamento espressivo, un ribollire caotico di pretesti, raccolti nel mondo perché capaci di offrire il destro espressivo.

La pallina agli occhi del gatto, una conchiglia per la mano di un bambino. E in questo sta l’attesa pensosa, l’  filosofica che non mette tra parentesi il mondo ma l’apparenza di questo, nel momento stesso in cui ci si proietta in un ambire. Il mondo, colorato dal desiderio, è un magma non un cristallo, lascia presagire più che mostrare. Il silenzio del giardiniere ricorda l’addensarsi di nubi che crea un’improvvisa dilatazione, vuota di canti di uccello, sospensione presaga che sembra connettere punti lontani in una ragnatela di dialoghi improbabili: si chiama desiderio.

E il giardino ne sarà il frutto e l’antefatto, lo sviluppo e il ritorno, per il giardiniere che si proietta nel futuro desiderando e sempre desiderando cade nella nostalgia. Filosofare è un po’ il contrario del rassicurare, lasciare indietro le risposte che maturano, per precipitare in nuove domande. La terra gli scivola tra le mani, sporcandole gliele pulisce dell’insopportabile odore di purezza, poiché non si è mai puri quando si desidera.

Nel desiderio sta la gioia della contaminazione. Veder germogliare traduce il mastice coniugativo, rivela la matrice inevitabilmente verbale del desiderare, sempre un atto virtuale mai una cosa o un miraggio. Praticare la filosofia del desiderio significa celebrare l’animalità del giardiniere, liberarla dalle catene dell’astensione, dalle ideologie mortifere della quiete.

IMG_2822È come se di colpo la distanza prendesse forma, metamorfizzasse in immagine, se lo specchio ci rimandasse il profilo di un sé lontano, se il bello si deformasse in sublime e la vertigine ci avvolgesse. La volontà è figlia del desiderio, la forza sta nella vulnerabilità che ci consegna il languore, la relazione con il mondo si alimenta di quella forza congiuntiva. Il tanto vituperato desiderio, rigettato da mistici quale vergognosa testimonianza di un’animalità che si vorrebbe rimuovere, sorregge l’entusiasmo, declina al mondo, squarcia il corpo alle contaminazioni esterne, trasforma le funzioni organiche in esistenza…

 

 

to be continued!

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