Siamo alberi

Naturama (Galliera), 27 ottobre 2015

 

 

domani bis

L’albero è ciò che emerge, si eleva, sta sopra, metafora chiarissima dell’episteme, per noi che abbiamo timore di tutto ciò che si nasconde, noi che del timore abbiamo fatto seminario di conoscenza, noi infusi di paura, a rivelare quella natura di prede tante volte rinnegata. L’albero si dà alla luce, si porge alla luce, e ci aiuta a rincorrere quei sogni di verità presunta che tranquillizzano il nostro dormire inquieto.

Apprezziamo i coriandoli di luce filtrata che scendono dalle foglie, ciascuna come una rivelazione, una promessa di eternità nell’apparente scorrere, dove il divenire quasi per paradosso si fa epifania della rotondità dell’essere.

Il tronco colonna sorregge l’edificio del cielo e delimita uno spazio certo, evitando il nostro disperderci, officiando il rito della sicurezza, rendendo possibile quella catarsi che sola può confortare il terrore dell’incerto. Ma il giardiniere non cerca rimedi a quello stato di sospensione, sa che l’albero non cresce ascendendo verso il cielo, perché anche le sue radici rappresentano un moto di crescita, seppur verso l’universo ctonio. La crescita è sempre un’espansione verso l’indefinito, e non per questo una deriva nell’indefinito, è sempre una dialettica, ma l’alterità non è né la polarità che mi costituisce in polemica né la complementarietà, bensì la dimensione stessa della crescita.

 

Domani

 

Sa che le foglie sono contenitori di linfa pompata a sistole primaverili e a diastole autunnali, non entità caduche ma nuvole che percorrono il ciclo dell’acqua più che le autostrade del cielo. E allora lascia che il terrore ancestrale metamorfizzi in meraviglia, che la stessa radice etimologica sostiene come un Giano le due semantiche, perché non è possibile alzarsi nell’etere se contemporaneamente non ci si sommerge nel tellurico, che a ben vedere rappresentano una dicotomia solo in apparenza.

Il giardiniere ammira la chioma che si estende sotto i suoi piedi, così vasta, profonda e ramificata da provarne persino la vertigine, quasi si potesse precipitare sulla superficie della terra da quella grande profondità radicale.

 

 

…A mertedì prossimo!

Il silenzio

San Paolo, Brasile, 20 ottobre 2015

 

 

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Il silenzio è uno spazio da abitare e uno spazio di accoglienza. Il movimento di una pianta corrisponde alla sua crescita, è una proiezione nello spazio basata sulla perfetta simmetria tra la cinetica del suo emergere evolutivo e la staticità del suo radicamento. Ma a ben vedere anche la staticità radicale è movimento e anche la corsa verso il cielo è appoggiata su un piano.

Contenuta in un abitacolo azzurro, il suo fremito è un cardiaco pulsare, un silenzioso accogliere quasi traccia di un mondo lontano. Il giardiniere sa comunque di muoversi in un mondo che declina l’immobilità in continue acrobazie, di muoversi all’interno di una corrente continua nell’apparente quiete come di un fiume. La crescita è un movimento rallentato che si svolge in un flusso, senza interruzioni…  senza sobbalzi, e il ritmo nasce dallo svolgersi per geometrie cristalline dei piani foliari come delle circonvoluzioni avvolgenti reticoli di supporto.

Il movimento di una pianta è silenzioso. Il giardino è il luogo dove si celebra quel rito dello scorrere e ogni evento vi si accorda, sia il mormorio di un ruscello o il fraseggio di un uccello, lo stormio delle foglie o le circonvoluzioni remote di un insetto.

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Il silenzio ricorda qualcosa d’infanzia, assomiglia a quell’aspettativa sospesa che tiene una mente piena di meraviglia perché sgombra di esperienza. E l’infanzia è il più grande mistero della nostra vita, di molte misure più grande della morte. Osservando un albero dal basso puoi leggerne il tempo sversato per muoversi verso il cielo, i tentativi e gli insuccessi come la perfetta sintonia tra i presupposti del seme e il ricalco d’ambiente.

Ma è il ritorno di quel silenzio il mistero che tiene gli occhi pazienti del giardiniere, il silenzio con cui il giardino risponde alle sue domande, perché in ogni frammento indiziario si apre uno spazio sterminato di silenzio.

Nella crescita, il fusto quanto le radici sembrano allontanarsi dal seme, in una corsa frenetica verso l’alterità; ma poi dai rami pendono silenziosi domani pronti ad accogliere frammenti di tempo.

 

 

… a martedì prossimo!

Il tempo del giardiniere

  Rio de Janeiro, 13 ottobre 2015

 

IMG_2048La capacità di attesa e parimenti il saper cogliere il piacere della parzialità dell’istante sono forse le doti più importanti, indispensabili al giardiniere che gioca una partita irrisolvibile con il tempo.

Non solo perché il giardino si proietta in un futuro distonico rispetto all’immaginazione, ma in specie per il suo svolgersi e dissolvere, quel mettere in tavola piatti differenti del dialogo ideativo in tempi diversi.

Così il prato erboso sarà lucente e forte quando ancora le siepi stentano e gli alberi altro non sono che fantasmi sorretti da rigidi tutori. Poi la barriera arbustiva prenderà vigore, ritagliando spazi e proiettando ombre, mentre l’erba inizierà a mostrare le prime instabilità e gli alberi non potranno ancora dirsi tali.

Il giardino è un libro che si sfoglia per pagine, non un progetto che si stabilizza in un piano finale, e mai un miraggio che tenda a un punto di equilibrio. Il giardino è un sogno più volte ruminato,un vortice dinamico steso nel cielo come una macchia di storni, fluttuante di piccole evoluzioni imprevedibili.

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Il giardiniere passeggia sempre al suo interno con un misto di stupore e riverenza, incapace di non azzardare progetti a venire. Che come bolle di sapone svaniscono, ma mai del tutto. E la sua soddisfazione sarà sempre parziale, il languore continuo negli occhi che frugano tra i toni di verde, il meditare in movimento a risacca tra esaltazione e nostalgia.

Anche tra gli alberi il tempo si frantumerà allorché un salice incontri una quercia o un acero un frassino, la magnificenza dell’uno stemperi nell’acerbo e viceversa la sua senescenza si acquieti nel ritorno speculare dell’esuberanza. Fiori e frutti non s’accompagnano e l’impegno filosofico sta nel saper veleggiare sulla superficie del presente. E così, in questa stagionalità beffarda che dona e ruba a un tempo, il giardiniere vaga con gli occhi alla ricerca di un filo conduttore capace di trattenere il tempo, pur sapendo che è nello scorrere il suo significato.

IMG_2391Con pazienza operosa, con gli occhi sul viaggio e non sulla meta, perché è nel primo che il giardino s’identifica rinunciando a riconoscersi, accetterà la nostalgia come l’inevitabile e forse l’unico certo dono del futuro.

 

…to be continued

Tu chiamalo se vuoi, desiderio.

Lisbona, 6 ottobre 2015

 

 

IMG_2797Tra il campo e il giardino c’è una distanza, una ferita di tempo e d’immaginazione, di entusiasmi e delusioni che volteggiano a eco: si chiama desiderio.

Lo puoi figurare il giardino, disegnando sul campo losanghe di composizioni che si alternano a piazze erbose, verticalizzando alcuni punti con alberi per creare chiaroscuri o ventagli di foglie controluce… ma ancor prima lo devi desiderare. Il desiderio è un verbo che chiede di essere declinato, un verbo fremente che brucia alla ricerca di appagamento espressivo, un ribollire caotico di pretesti, raccolti nel mondo perché capaci di offrire il destro espressivo.

La pallina agli occhi del gatto, una conchiglia per la mano di un bambino. E in questo sta l’attesa pensosa, l’  filosofica che non mette tra parentesi il mondo ma l’apparenza di questo, nel momento stesso in cui ci si proietta in un ambire. Il mondo, colorato dal desiderio, è un magma non un cristallo, lascia presagire più che mostrare. Il silenzio del giardiniere ricorda l’addensarsi di nubi che crea un’improvvisa dilatazione, vuota di canti di uccello, sospensione presaga che sembra connettere punti lontani in una ragnatela di dialoghi improbabili: si chiama desiderio.

E il giardino ne sarà il frutto e l’antefatto, lo sviluppo e il ritorno, per il giardiniere che si proietta nel futuro desiderando e sempre desiderando cade nella nostalgia. Filosofare è un po’ il contrario del rassicurare, lasciare indietro le risposte che maturano, per precipitare in nuove domande. La terra gli scivola tra le mani, sporcandole gliele pulisce dell’insopportabile odore di purezza, poiché non si è mai puri quando si desidera.

Nel desiderio sta la gioia della contaminazione. Veder germogliare traduce il mastice coniugativo, rivela la matrice inevitabilmente verbale del desiderare, sempre un atto virtuale mai una cosa o un miraggio. Praticare la filosofia del desiderio significa celebrare l’animalità del giardiniere, liberarla dalle catene dell’astensione, dalle ideologie mortifere della quiete.

IMG_2822È come se di colpo la distanza prendesse forma, metamorfizzasse in immagine, se lo specchio ci rimandasse il profilo di un sé lontano, se il bello si deformasse in sublime e la vertigine ci avvolgesse. La volontà è figlia del desiderio, la forza sta nella vulnerabilità che ci consegna il languore, la relazione con il mondo si alimenta di quella forza congiuntiva. Il tanto vituperato desiderio, rigettato da mistici quale vergognosa testimonianza di un’animalità che si vorrebbe rimuovere, sorregge l’entusiasmo, declina al mondo, squarcia il corpo alle contaminazioni esterne, trasforma le funzioni organiche in esistenza…

 

 

to be continued!